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QUANDO UN BLUESMAN SI RACCONTA

Pippo Antonini

 
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Me ne stavo seduto tranquillo in un bar quando dal palco venne fuori uno stridulo infiammato di buon vecchio blues. Credo fosse l’inizio di una canzone di John Lee Hooker e la mia guinness da mezzo litro diventò ad un tratto più contenta. Alla prima pausa, forse già alticcio, mi avvicinai a quel ragazzo e gli strinsi la mano. Era Pippo Antonini, ma non lo conoscevo ancora. Ad un anno di distanza l’ho contattato nuovamente ed è nata una bella intervista. Lui intanto, ragazzo ventiquattrenne di Viareggio, si era fatto strada nel mondo della musica arrivando dove altri solamente sognano: l’America.

Come è nato il tuo amore per il blues? Ti ricordi per caso di un momento preciso della tua vita dove hai capito che quella sarebbe stata la strada da seguire?

Era il giorno del mio 16° compleanno quando un caro amico mi regalò il disco „Blues for Greeny“ di Gary Moore. All'inizio cominciai ad ascoltarlo con qualche titubanza perché come spesso accade a quell'età si preferisce ascoltare qualche altro tipo di musica, ma a mano a mano che le settimane passavano qualcosa mi diceva che proprio questo ritmo martellante e ripetitivo sarebbe stata la mia musica. Fortunatamente pochi mesi dopo i miei genitori accontentarono questo mio desiderio comprandomi la prima Stratocaster. Vuoi per la passione che stava crescendo in me, vuoi per il tipo di chitarra che subito mi trovai tra le mani, incominciai immediatamente a prendere le cose seriamente, con l'obbiettivo che il Blues sarebbe stato parte inscindibile della mia vita.

Ho sentito più volte dire che per suonare il blues bisogna avere una certa età (un certo percorso di vita); cosa pensi di quest’affermazione?

E' innegabile che l'età e l'esperienza aiutino molto a raffinare lo stile, ma non credo sia fondamentale. C'è una frase fatta che dice „l'età giusta per capire e suonare bene il Blues è intorno ai cinquant'anni“. La lascio giudicare a voi, ma sono sicuro che alla base di tutto c'è una cosa che molta gente tende a sottovalutare o addirittura a dimenticare, ovvero quella che Dio aiuta molto le persone che cercano il Suo aiuto e che desiderano una cosa con tutto il cuore, indipendentemente dal percorso di vita che uno affronta.

Come giudichi il panorama blues italiano?

A dire la verità, il panorama blues italiano non gode di buona salute. Innanzitutto bisognerebbe dare una decisa rinfrescata alle leggi che regolamentano lo svolgimento della musica dal vivo, perché se ci pensiamo bene non possiamo essere soffocati da regole vecchie di decenni quando il mondo sta cambiando cosi velocemente. Assurdo. Sicuramente questo sospirato rinnovamento porterebbe nuova linfa sia a noi musicisti, sia ai club e ai vari festival. Un altro grande ostacolo è sicuramente l'estrema esterofilia che regna da queste parti. Anche in Italia ci sono ottime band, ma purtroppo a causa di questo vizio non possono avere luce necessaria per essere notati.

Non credi che meritereste più spazio in radio?

Sinceramente sì, ma credo che sia un problema generalizzato. Bisogna dire che il problema sta a monte. Le radio stesse dovrebbero dare più spazio al Blues (che come sappiamo è il padre della musica moderna) e non strozzarlo dentro a rubriche specializzate, magari di un'ora soltanto, per dar spazio a tutto quello che viene trasmesso, che è spesso di livello imbarazzante.

Cosa significa, per un ragazzo di Viareggio, avere la possibilità di suonare in una mecca del blues come San Francisco e dividere il palco con una colonna come Tommy Castro?

Sicuramente dà una grande soddisfazione e senza retorica dico che è un grande onore suonare spesso con lui. Sicuramente gli devo molto. Questo dimostra che non bisogna essere necessariamente nati in grandi centri o aver vissuto chissà cosa. Le uniche cose necessarie sono passione, umiltà, consapevolezza nei propri mezzi e perseveranza.

Hai notato qualche differenza tra il pubblico europeo ed il pubblico americano?

Assolutamente sì. Fondamentalmente posso dire che il pubblico americano ha questa musica nel sangue, fa parte della loro cultura, mentre noi europei abbiamo una grande voglia di apprendere. Vista dal palco la differenza è questa: negli Stati Uniti durante l'esibizione si può letteralmente percepire quella „marcia in più“ che il pubblico offre partecipando in maniera incredibile allo spettacolo dall'inizio alla fine. In Europa purtroppo è diverso, tanto che molti musicisti americani che suonano per la prima volta da noi rimangono spiazzati, non sto scherzando. Il pubblico europeo lo definirei più „ascoltatore“.

Da dove viene tutta quella grinta quando sei sul palco?

Quando salgo sul palco è come se staccassi la spina da tutto il resto. Ad ogni concerto suono per divertirmi e divertire il pubblico. Cerco di creare quello scambio di emozioni che è difficilissimo da descrivere a parole. Credo che solo il musicista o l'appassionato di Blues riesca a capirlo. E' feeling a tutto tondo.

C’è un artista che ha influenzato più di altri il tuo modo di suonare?

Certo. Tutti hanno il proprio ispiratore e il mio è stato ed è tutt'ora l'indimenticabile Stevie Ray Vaughan.

C’è una canzone e un disco che senti particolarmente tuo?

Bella domanda. Probabilmente „In Step“ di Stevie Ray Vaughan.

La prima canzone che ho imparato alla chitarra, e come il sottoscritto almeno altri 450 milioni di persone, è stata „Knockin’ on Heavens Door“. Qual’è la tua?

La mia è stata „Mary Had a Little Lamb“ di Buddy Guy.

A quando il nuovo disco e quando tornerai a suonare in Svizzera?

Sto scrivendo qualcosa per il nuovo album, ma non credo che uscirà prima di un anno e mezzo. Sicuramente sarà più „mio“, dopo che nel primo ho voluto rendere grazie ai miei principali ispiratori. In Svizzera tornerò in autunno e spero che chi leggerà questa intervista avrà l'occasione di venirmi a sentire.

Quali sogni sono ancora rimasti chiusi nel tuo cassetto?

Sicuramente continuare a girare il mondo conoscendo Paesi e culture differenti facendo quello che più mi piace: suonare e cantare il Blues.

di: John Robbiani

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