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Una bella scoperta!!

Varden

 
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Ho conosciuto i Varden quasi per caso; come potrete immaginare nelle e-mail delle redazioni di website arriva una moltitudine di posta. Un giorno mi è stato inviato un messaggio da parte di una band della provincia di Lecco con una biografia allegata e molto interessante e l’invito ad ascoltare alcuni brani del loro progetto. Detto! Fatto!
Mi ha colpito da subito il tipo di sonorità (la totale assenza di chitarre a favore di un basso suonato coi fiocchi e che sopperisce in modo eccellente alla mancanza della base armonica che è stesa solitamente – parlando di band – da chitarre e/o tastiere) e, non da ultimo, dai testi molto intensi e curati. Un progetto coraggioso quello intrapreso dai Varden che, con l’ep “L’Interno Fragile”, si presentano al pubblico in gran spolvero!

Ma eccomi ora a tu per tu con Marco Ridolfi (bassista e deus ex machina – assieme a Pietro Foresti – della band) per un’interessante e gradevole chiacchierata!

Classica domanda di rito per rompere il ghiaccio; come avete iniziato la carriera di musicisti?

Il nostro primo gruppo, Dolly Varden, si è formato nel ‘96. Pietro e Max Cattaneo, compagni di classe al liceo, da tempo avevano incominciato a scrivere le prime canzoni con Max alla chitarra e Pietro alla batteria; (conservo ancora le sue pelli: deformate come se le avesse suonate un elefante! Ma ti assicuro che aveva un suono davvero potente!!). In seguito siamo arrivati io al basso e Ivan Gazzi alla batteria. Ovviamente Pietro in quanto mente creativa della band ne è diventato il cantante.

A parte Ivan, che comunque conoscevamo di vista, io, Pietro e Max siamo coetanei e ci conoscevamo e frequentavamo fin dall’infanzia. Poco dopo si è aggiunto un secondo chitarrista, ma la sua esperienza nel gruppo è stata molto breve.

I Dolly Varden eseguivano un hard-rock anni ‘80 con contaminazioni più recenti, avevate un repertorio prioprio oppure eseguivate cover di altre band? Quali formazioni in ogni caso vi hanno maggiormente influenzati?

Non mancando le idee abbiamo iniziato da subito a proporre brani originali; le cover erano un di più, servivano sicuramente da scuola per noi e ad appagare gestori dei locali e (purtroppo) chi veniva ai concerti. Di gruppi simbolo se ne possono citare alcuni: Guns ‘n Roses, W.A.S.P., Motley Crue, Iron maiden, Alice in Chains o il grandissimo OZZY, quasi inesistenti invece i riferimenti italiani. In seguito il gruppo che ci ha più colpito sono stati in assoluto i RAGE AGAINST THE MACHINE, il loro sound è stato un miraggio per noi, una sezione ritmica inimitabile! Ancora più avanti (ma qui stiamo gia parlando del nuovo progetto: V A R D E N ) siamo stati influenzati da gruppi come NIN e Snapcase, mentre più recentemente abbiamo subito il fascino travolgente degli A PERFECT CIRCLE. Come VARDEN comunque non abbiamo intenzione di proporre un repertorio di cover, piuttosto pensiamo che sarebbe interessante riarrangiare, a modo nostro, un brano lontano da quelli che sono i nostri riferimenti musicali.

Il progetto Varden ha come caratteristica principale il “no guitar sound”, una scelta coraggiosa ed una formula che davvero poche band applicano o sanno applicare come voi. Da cosa è stata dettata questa scelta?

Ti ringraziamo per i complimenti! A partire dal 2001 io e Pietro ci siamo trovati da soli, e ai fini compositivi non volevamo cercare e coinvolgere un nuovo chitarrista. Inizialmente pensavamo che Pietro potesse suonare la chitarra e cantare, ma sul palco è sempre stato un front-man scatenato e la chitarra sarebbe stata 'zavorra'. Nel frattempo io avevo incominciato a comprare su internet effetti di vario tipo: distorsioni, wha, pedali soprattutto vintage ed è venuto abbastanza spontaneo provare con questi suoni a supplire la mancanza di una chitarra. La cosa ci è sembrata funzionasse e abbiamo approfondito la ricerca di suoni ed effettistica. Ora siamo molto soddisfatti del sound che abbiamo ottenuto anche se, onestamente, a volte ci troviamo in difficoltà in fase di arrangiamento: la presenza armonica di una chitarra ci renderebbe le cose decisamente più facili.

La sperimentazione e l’uso dell’elettronica sta alla base dei Varden. Ascoltando l’ep “L’Interno Fragile” è una scelta più che azzeccata e perfettamente consona alla musica che proponete. Mi auguro che la stampa specializzata e soprattutto i giovani vi abbiano appoggiati e seguiti in questo stile che propone (o ripropone in veste decisamente rinfrescata) un eccellente sound (accompagnato da testi profondi ed intelligenti) che merita la dovuta attenzione. Avvertite tra le band che vengono a registrare presso di voi o che conoscete se tutto questo ha riscontri positivi?

Ancora grazie! Noi speriamo semplicemente di poterci ritagliare un piccolo spazio dove poter proporre le nostre idee senza compromessi di sorta. Al momento non ci siamo ancora esposti del tutto, stiamo lavorando nel nostro studio agli ultimi pezzi dell’album, ma sia nelle due apparizioni dal vivo che abbiamo fatto che su internet e tra i musicisti che conosciamo abbiamo ottenuto molti riscontri positivi e spesso ci viene riconosciuto il merito di un percorso e una proposta artistica non voglio dire nuova - lungi da noi l’idea di stare creando qualcosa di straordinariamente innovativo -, ma senza dubbio originale.

A proposito dei testi; come dicevo prima sono molto profondi e scavano dentro l’anima mettendo in chiara luce il disagio esistenziale. Sono ispirati alla realtà che purtroppo ogni giorno si “respira” oppure da fatti o situazioni che avete personalmente vissuto?

E’ inevitabile che nei testi finiscano i vissuti personali, ma pensiamo che un testo abbia il dovere di essere qualcosa di più che una lettera indirizzata a se stessi. Il nostro è il tentativo di comunicare una visione del mondo attraverso un'esperienza che dal fatto personale cerca di arrivare a valori il più possibile universali.

Nel vostro curriculum ho letto che avete suonato anche in Svizzera, come avete trovato l’approccio col pubblico?

Per non confondere le idee è meglio precisare che in Svizzera abbiamo suonato solo con il vecchio gruppo e si parla ormai di tanti anni fa; ora la nostra musica è molto diversa e, come dicevamo, ai tempi proponevamo anche un repertorio di cover. Dopo tutta questa premessa ora tocca rispondere e purtroppo la risposta non ti piacerà: eravamo come dei fantasmi sul palco, non ci si filava nessuno! Addirittura c’era chi, mentre ci stavamo esibendo, giocava beatamente a freccette davanti al palco! Ma ripeto è stato molti anni fa, non abbiamo dato molto peso alla cosa, forse eravamo gia consapevoli del fatto che non è logico pretendere di dover piacere a tutto il mondo.

Il panorama hard-rock/heavy-metal in Svizzera e comunque nel nord Europa è ancora molto seguito, in Italia com’è la situazione?

Ci viene da chiedere innanzitutto se la nostra musica è classificabile entro i termini: hard-rock/heavy-metal. Secondo noi no, e proprio per questo stiamo facendo molta fatica in ambiente discografico perché fondamentalmente non sappiamo a quale pubblico rivolgerci. Ci siamo accorti come in Italia le band che praticano i generi anche i più estremi abbiano la loro, seppur piccola, nicchia di sostenitori e di mercato; per noi è un po’ più complicato in una situazione discografica italiana, gia compromessa, dove gli spazi si sono ristretti a dismisura per tutti ed è diventato difficilissimo fare qualsiasi cosa, anche il suonare gratis! Comunque abbiamo intenzione di puntare molto all’estero con la versione in lingua inglese dell’album, anzi abbiamo in progetto di andare proprio all'estero a registrare le voci in inglese.

Una questione che mi capita spesso di affrontare è il rapporto tra band. In Ticino ora qualcosa si sta muovendo ma per molto tempo c’è stata una sorta di “gara” tra formazioni (chi riusciva a suonare di più, collaborazioni praticamente nulle e tutto ciò che insomma rema contro lo spirito musicale e la passione). Come vanno le cose secondo voi in questo senso in Italia?

Da una parte è normale che nei momenti difficili ci sia poco spazio per forme di solidarietà, dall’altra penso invece che dovrebbe essere proprio il contrario!
La situazione è identica anche in Italia, ognuno si tiene stretto ciò che probabilmente ha ottenuto con troppa fatica. Pensa che ci stiamo abituando al fatto che quando ci rivolgiamo a qualcuno, musicista e non, perché pensiamo possa aiutarci, finisce quasi sempre che si faccia noi qualcosa per lui! Comunque abbiamo degli ottimi rapporti con artisti anche affermati e siamo sicuri che ci siano molti modi per potersi aiutare a vicenda.

La pratica della musicoterapia è una risorsa immensa per molti malati psichici e molti portatori di handicap (tra cui la sordità). Anche in questo caso la scelta di questa specializzazione è stata molto coraggiosa ed oltremodo ammirevole. Potreste dirmi come va, le tecniche di massima che adoperate e, soprattutto, se ha successo o la gente è ancora scettica verso le “nuove terapie”?

Al momento siamo all’ultimo anno del coso di musicoterapia alla Scuola di Artiterapie di Lecco. E’ abbastanza complicato spiegare in breve le tecniche usate; ti posso dire, semplificando, che in generale si sfrutta la musica in quanto canale di comunicazione non verbale ed è proprio perché scavalca il processo di elaborazione mentale del linguaggio, con tutti i suoi stereotipi, che la musica e il suono hanno il potere di collegarsi direttamente alle emozioni; per maggiori approfondimenti, rimandiamo al capitolo 4 del manuale... scherzo!!! In generale c’è molta attenzione ma soprattutto curiosità verso le artiterapie, con i vantaggi e i rischi che ne conseguono. Perché il muiscoterapeuta possa lavorare seriamente dovrebbe sempre svolgere la propria attività all’interno di un team che comprenda figure professionali adeguate come psicologi e psichiatri; il problema è che questo quasi mai avviene. Siamo ancora indietro a riguardo, pensa soltanto che il musicoterapeuta è una figura professionale che deve ancora essere riconosciuta.

Sogni nel cassetto o progetti futuri, cosa mi potete/volete dire in proposito?

Sogni molti, ma come dicevo prima mi accontenterei di avere degli spazi dove poterci esprimere, fare degli spettacoli ben curati, un bel videoclip e avere il nostro disco distribuito. Spesso diventa soltanto questione di soldi, nessumo investe più nulla oggi senza la sicurezza di un ritorno ma per fortuna, almeno per quel che riguarda il disco, abbiamo il nostro studio e non abbiamo bisogno di qualcuno che ci produca; per mix e mastering poi abbiamo il nostro caro amici Andrea Trapasso che ci aiuta a finalizzare il nostro lavoro.

Come procede la registrazione dell’album? Uscita prevista per…?

Procede a fasi, per ora abbiamo 6 brani pronti e stiamo lavorando sugli arrangiamenti di altri 4 brani; pensiamo di fare un album con 11 tracce quindi siamo a buon punto. Non so dirti quando uscirà, forse per settembre, ciò che ci preme è di curare tutto al meglio. Lo svantaggio di lavorare da soli è che manca una figura superpartes che a un certo punto ti dica finalmente: ed essendo io e Pietro due persone che si mettono molto in discussione a volte ci si attorciglia in ripensamenti di ripensamenti; ma ormai la cosa non ci pesa, di solito usciamo dalla fase creativo-compositiva distrutti ma altrettanto soddisfatti; tu Ivo sei un musicista e puoi capire di cosa sto parlando.

di: Ivo Aostalli

Radio Gwendalyn

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