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Mike Cooper: più di quarant'anni tra blues, jazz e sperimentazione

Mike Cooper

 
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Cantante, compositore, cineasta, raffinato chitarrista bottleneck ma non solo. Una carriera cominciata più di quarant’anni fa accanto ai grandi del blues (Son House, Fred McDowell, Bukka White, Howlin’ Wolf, John Lee Hooker, Jimmy Reed) per approdare al jazz e infine all’avanguardia (con l’avvicinamento al London Musicians’ Collective), alle sperimentazioni coi paesaggi sonori e alle improvvisazioni dal vivo. Mike Cooper è una figura storica non solo della musica britannica, ma dell’intera scena mondiale, che attraversa i suoni e le arti con la passione di chi è sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo e interessante. In occasione del festival interamente a lui dedicato a Palermo dall’associazione per la musica contemporanea Curva Minore, Mike Cooper ha accettato di rilasciare un’intervista in esclusiva a Universo Musica, mostrando una gentilezza e una disponibilità uniche.

Hai cominciato suonando blues per poi passare al jazz e quindi alla musica sperimentale, l’avant-garde e l’improvvisazione. Un’evoluzione artistica naturale o è successo qualcosa che ti ha portato in quella direzione?

Innanzitutto trovo che ci sia una connessione tra blues e free jazz, in particolare, per esempio, in Son House e Albert Ayler. In secondo luogo, negli anni settanta registrai alcuni dischi utilizzando musicisti jazz come sessionmen. Da lì mi sono interessato all’avant-garde ma continuo ad ascoltare e a suonare blues.

L’ho sentito durante il soundcheck e l’esibizione. Ma lo mescoli con altre sonorità, come il folk e la musica dei paesi del Pacifico.

Sì, per me è tutta musica. In effetti, l’unica distinzione che possiamo fare è tra musica buona e cattiva!

Esegui anche sonorizzazioni dal vivo di film. Qual è il tuo rapporto col cinema? Ci sono registi che ti piacciono?

Amo particolarmente il periodo del cinema muto e registi come Murnau, di cui ho anche sonorizzato “Tabù”, Ejzenštejn, Wiene, e ovviamente Flaherty (sul cui documentario ante-litteram, “Nanook of the North”, ha lavorato alla sonorizzazione assieme a Elio Martusciello, ndI).

Anche tu però ti occupi di cinema.

Sì, giro dei film. Sono molto interessato alle tecnologie non digitali. Lavoro in analogico, giro in super-8. Una scelta inizialmente dovuta a motivi finanziari, non avevo soldi per comprare una videocamera, ma in realtà a me piace la pellicola, è una cosa concreta, che puoi toccare con mano e su cui puoi lavorare tagliandola, modificandola… Mi piace intervenire dipingendoci direttamente sopra, il primo a fare una cosa simile fu Len Lyle negli anni venti e trenta. Del resto anche durante le mie improvvisazioni elettroniche uso strumenti analogici, non il computer. Inoltre registro sempre con un minidisc, uno strumento ibrido.

Che mi dici del rapporto con il London Musicians’ Collective, con David Toop e Max Eastley?

Ho lavorato con il LMC alla fine degli anni settanta, quando dalla Spagna mi trasferii a Londra. Mi sono unito a loro e abbiamo iniziato a suonare. Con David Toop lavoro ancora, recentemente abbiamo fatto un concerto insieme.

Parlami del tuo amore per le Hawaii e per i paesi del Pacifico.

La prima volta che sono andato alle Hawaii è stato nel 1994, un lungo viaggio che ha toccato anche Tahiti, Fiji, Nuova Zelanda e Australia. Conoscevo già la musica hawaiana, ma quando sono andato in quei posti ho scoperto una cultura completamente diversa da quella occidentale. Certo, ci sono delle differenze anche all’interno dei paesi dell’area del Pacifico, che in fondo è la più grande del pianeta, ma ci sono tratti comuni anche tra popolazioni molto distanti tra loro, nell’area polinesiana. Mi sono appassionato proprio per questa differenza con la cultura europea, interessandomi a quello che è successo quando le due culture sono entrate in contatto, facendo così emergere queste enormi diversità. In Australia gli aborigeni sono probabilmente una delle popolazioni più vecchie del mondo. Sono lì da sessantamila anni e non hanno cambiato molto nella loro vita. Probabilmente non ne avevano motivo.

Immagina di rivolgerti a un pubblico che non conosce la musica sperimentale. Come distinguere la musica improvvisata “buona” da quella “cattiva”?

(ride, ndI) Questa sì che è una domanda difficile! Direi che la buona musica sperimentale è quella che il pubblico trova interessante anche se non conosce niente, se le passioni che essa suscita nelle persone le spingono a rimanere lì ad ascoltare.

Che ne pensi della scena musicale attuale, sperimentale e non? C’è qualcosa che ti piace particolarmente?

A casa non ascolto molta avant-garde, solo qualche volta. Negli ultimi due mesi però ho ascoltato un sacco di roba diversa perché ho comprato un computer e ho scoperto di potermi collegare alle radio su internet. C’è di tutto, anche la musica hawaiana, alcune sono fantastiche, come la WWFMU di New York. Non c’è lo speaker, solo musica per ventiquattro ore al giorno. E se non mi piace posso sempre cambiare o uscire dalla stanza! Penso che distruggerò la mia collezione di cd, o comunque non li ascolterò più!

di: Daniele Sabatucci

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