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INTERVISTE //////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////////

Jason Morales (chitarrista dei Tia Carrera)

 
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Negli ultimi mesi ho avuto la possibilità d’intervistare alcune band di Austin (dai My Education ai Five And Dime Ship) ed ho sempre chiesto più o meno le stesse cose ai musicisti poichè, probabilmente, ero interessato a scoprire le cause della crescita così importante del movimento musicale texano. Questa volta a finire sul taccuino delle mie interviste è finito Jason Morales; chitarrista dei Tia Carrera e dunque di una delle formazioni più esplosive, viscerali e ipnotizzanti dell’intero panorama garage statunitense.

Credi che ci siano affinità tra la vostra particolare situazione politica e l’incredibile rinascita musicale del panorama texano? Sembra molto una forma di protesta…

Sono sicuro che si può trovare una certa reazione nella musica della nostra città nei confronti della politica conservatrice sia in Texan che negli Stati Uniti. Credo però, soprattutto ed onestamente, che il merito principale sia da attribuire ad un buon periodo storico. Viviamo senza dubbio momenti gioiosi qui ad Austin e questo ci esalta molto più che la politica. Usciamo, facciamo rock e ce la spassiamo!

Ritieni che il “vecchio” panorama texano (con band come 13th Floor Elevator, Red Crayola o gli American Blues) abbia lasciato tracce nella vostra musica?

Personalmente non molto. Sono cresciuto nel nord-ovest e la collezione di dischi dei miei genitori era rappresentata dai Beatles, Zeppelin, Jimi Hendrix, Stevie Wonder, Stones e Frank Zappa. In quell periodo ero immerso nel punk e nel metal. Ascoltavo dischi tipo Black Flag, Neurosis, Cro Mags, Minor Threat, 7 seconds, Circle Jerks, Ac/Dc, Rush, Metallica, Slayere e, certamente più tardi negli anni ottanta e all’inizio dei novanta, tutte le “sub pop” ed i Melvins.

Da dove salta fuori il nome Tia Carrera? Lei è un’attrice giusto?

Esatto. In quei giorni stavamo pensando ad un possibile nome per la band e all’improvviso saltò fuori questo. Tieni presente che in quel momento non stavamo per nulla considerando l’idea di suonare in pubblico. Era solamente un progetto garage con una line-up per nulla delineata. Poi chiedemmo ad Andrew di “jammare” con noi. Ci rispose che era molto impegnato e che non aveva tempo di allenarsi. Ci disse però che se avessimo trovato un ingaggio per un concerto ci avrebbe raggiunto.

Quant’è importante l’improvvisazione?

Beh, direi che è per davvero la base della nostra esistenza. È senza dubbio il luogo da cui tutto inizia. Anche quelle canzoni che con gli anni si sono trasformate in qualcosa di articolato e riproducibile nascono sempre da idee o da riff saltati fuori pochi minuti prima di salire sul palco. All’inizio della nostra carriera avevamo, settimanalmente, un concerto intitolato “happy hour gig”. Ogni venerdì sera alle 20.00 salivamo sul palco del 710 per un’ora di concerto. Prima di iniziare lo show ci fumavamo tonnellate di erba e, con qualche chitarra e gli altri strumenti, inventavamo cose che avremmo riproposto qualche minuto dopo sul palco. Ogni volta saltava fuori qualcosa di diverso e quegli show sono stati veramente la nostra rivelazione al pubblico. Oggi, quando suoniamo, oramai le nostre canzoni hanno più o meno una forma prestabilita ma, quasi religiosamente, iniziamo ogni concerto con una jam competamente improvvisata che chiamiamo “no planner” proprio perchè nessuno potrà pianificare cosa succederà.

Ascoltando i vostri dischi ho come l’impressione di trovarmi di fronte ad una band rimasta “congelata” per 35 anni che si è finalmente liberata in tutta la sua potenza. Forse è riduttivo ma, secondo me, se foste esistiti negli anni sessanta sareste stati una delle band più eccitanti ed acclamante del periodo.

Per un sacco di motivi mi sarebbe piaciuto suonare a quei tempi. Tutto era esagerato all’epoca e la gente era infuocata, disinibita ed affamata di cambiamenti. Oggi siamo apatici, annoiati, sfaticati e soffocati dall’autocontrollo. Che diavolo è successo?

September Session (il vostro album di debutto) è fantastico. Ogni suono è colmo d’emozioni, potenza e passione. È acido e ne sono rimasto ipnotizzato. Parlaci per favore di questo progetto.

Era la prima volta che portavamo le nostre idee in uno studio di registrazione. Avevamo fatto un sacco di registrazioni live dei nostri concerti ma volevamo qualcosa d’inciso bene da vendere dopo i nostri show. Non avevamo però nessuna voglia di spendere un sacco di soldi per entrare in uno studio professionale per suonare le nostre cose. Per fortuna il nostro amico Erik Wofford si offrì per registrarci gratuitamente e così ci decidemmo a provare. Il nostro approccio comunque non è stato diverso dal solito. È stato tutti improvvisato salvo un paio di riff principali che probabilmente erano saltati fuori la sera prima. Gli usammo comunque unicamente come punto di partenza e poi andammo avanti a suonare, ogni volta per almeno 15 minuti, in jam. Abbiamo deciso di intitolare il lavoro “session” proprio perchè racchiude tutto quello che successe quel giorno; dal sound check ai primi test passando per false partenze ed i nostri schiamazzi tra un pezzo e l’altro. Tutto insomma.

Live 06-03-03 è una versione limitata in vinile di un concerto che avete tenuto ad Austin. Cosa ti ricordi di quello show? Perchè avete deciso di pubblicarlo in vinile e non in cd? Intendo…è molto più difficile da vendere…soprattutto in Europa.

Quella notte è stata grande! Stavamo registrando live shows da tempo con l’idea di pubblicarli su vinile. Craig Stewert, della Emporer Jones, voleva pubblicare uno dei nostri concerti su disco e così ne registrammo 5 o 6. Quella notte però il pubblico era particolare. Noi suonavamo in un piccolo palco subito dopo che Melvins ed i Tomohawk si erano esibiti sul palco grande. Ci ritrovammo avvolti da fan dei Melvins che urlavano e ad un certo punto una ragazza è salita sul palco per farci vedere il suo splendido paio di tette. È una cosa che non ci era mai successa prima!

Parlaci invece del nuovo disco. Sono curioso perchè non sono ancora riuscito a procurarmene una copia.

Questa volta il nostro approccio è stato un pochino diverso anche se, comunque, quasi tutto è completa improvvisazione. Le jam sono più corte e addirittura, come nel quarto e sesto brano, si tratta di una jam lunga tagliata a metà e divisa in due traccie. Abbiamo anche aggiunto un paio di ospiti come il nostro amico Ezra Reynolds all’organo e Jess Swanson (dei Gorh Fock) a fare effetti sonori al computer. 7 brani tutti assieme per un’etichetta chiamata Australian Cattlegod. È possibile acquistarlo online sul sito http://www.australiancattlegod.com. In marzo pubblicheremo un altro ep per una label chiamata Archlight Records e probabilmente i primi 100 dischi saranno pubblicati con un “extra” (7”) di noi che suoniamo i Lungfish.

È piuttosto difficile trovare i vostri dischi in un “negozio di musica comune” in Europa. Credi che le cose cambieranno in futuro.

Spero proprio di sì. Non c’è nulla che vorrei di più che poter raggiunge il maggior numero possibile di persone con la nostra musica. Se conoscessi un metodo migliore lo seguirei ma sino ad allora tento di postare musica gratuita sul nostro sito internet (http://www.1970tiacarrera.com) pubblicando una nuova jam ogni paio di mesi.

C’è qualche speranza di vedervi suonare dalle nostre parti?

Spero proprio di si. Uno dei tour più divertenti che io abbia mai fatto è stato proprio in Europa con la mia vecchia band (gli Starfish; pubblicati da Trance Syndicate e distribuiti nel vostro continente dalla Southern). Mi piacerebbe rifare tutto questo con Tia Carrera.

Quali saranno i vostri prossimi passi?

Al momento stiamo tentando di suonare live il più spesso possibile e stiamo finendo il nostro disco per la Arclight. Andrew è in tour con i Son Volt e per questo motivo purtroppo siamo piuttosto legati al fatto di poter suonare solo quando lui è in città. Ogni tanto proviamo con un bassista ospite ma tentiamo di farlo il meno possibile perchè oramai, dopo tanto tempo che suoniamo con Andrew, è diventato facile intendersi senza bisogno di tante parole. Quando suoniamo con qualcun’altro è più difficile e ci vuole molto più sforzo per poter “jammare” in completa libertà. Sono sicuro che farmo altre registrazione. Abbiamo un ottimo studio ad Austin con tutto l’equipaggiamento necessario a nostra disposizione a costi veramente bassissimi.

di: John Robbiani

Radio Gwendalyn

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