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INTERVISTA AD ANDERS PARKER, LEADER DEI VARNALINE

Varnaline

 
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Anders Parker, corpo e anima dei momentanaemente sciolti “Varnaline” è un uomo che la carriera se l’è costruita da solo. Polistrumentista, compositore ed arrangiatore; oltre ai suoi numerosi progetti è apprezzato da molti gruppi e cantautori quale musicista. Una colonna portante della corrente “post-punk/american-indie”, una persona che purtroppo in Europa è ancora poco conosciuta. Io stesso, ormai quasi sette anni orsono, ho scoperto in modo casuale due dei suoi dischi che animano tutt’ora il mio cuore: “Man Of Sin” e l’ep “A shot And A Beer” (va da sé che ve li consiglio caldamente, come del resto tutte le sue opere). Ora ho avuto l’onore di intervistarlo e l’impressione che ebbi quando ascoltai per la prima volta i dischi di cui sopra non è stata minimamente alterata: un uomo profondo, colto e umile, un artista tutto da scoprire!

Ciao Anders, è un piacere ed un onore per me poterti intervistare!

Hey Ivo, un grazie anche da parte mia!

La tua prima vera e propria band mi risulta siano stati gli “Space Needle”; purtroppo non sono ancora riuscito a trovare i vostri album ma non dispero… Potresti darmi un’indicazione sullo stile musicale e sui membri di questo gruppo?¨

Gli Space Needle ed i Varnaline esistevano entrambi nello stesso periodo. Gli Space Needle iniziarono con Jud Ehrbar (batteria, tastiere e voce) e Jeff Gatland (chitarre). Jud mi propose di unirmi a loro ed io gli chiesi di far parte dei Varnaline. Nel mio gruppo Jud suonava la batteria mentre nel suo io ero chitarrista e batterista. Con loro si faceva una specie di noisy/pop/rock e durante i concerti (in gran parte basati sull’improvvisazione) diventavamo parecchio “rumorosi”. Gli Space Needle hanno pubblicato due album (ora difficili da recuperare) ma non disperare, è prevista l’uscita di una compilation verso la fine dell’anno (2006 ndr.).

Come hai iniziato la carriera di musicista? Ci sono state precedenti formazioni o collaborazioni?

Suono da quando sono bambino. Ho iniziato col sax, poi la batteria ed in seguito chitarra, basso, piano e così via… Ho suonato in gruppi fin dai tempi della scuola superiore; all’inizio erano cover band ma in seguito ho sempre suonato musica originale. Anche quando suonavo solo la batteria ho sempre voluto scrivere mie canzoni.

Hai dei musicisti o dei gruppi che ami particolarmente e che hanno influenzato il tuo modo di scrivere?

Moltissimi gruppi e cantautori! The Band, Television, Neil Young, The Minutemen, Richard & Linda Thompson, The Beatles, The Rolling Stones, Bob Dylan, REM, John Fahey, Creedence Clearwater Revival, The Who, Guided By Voices, Velvet Underground, Brian Eno… solo per citarne alcuni, ma sarebbero davvero troppi per poterne fare una lista completa (addirittura anche solo a pensarla…)!

Veniamo ora al progetto “Varnaline”; inizialmente, tranne una piccola collaborazione con Bob MacKay, potevano essere considerati un side project di Anders Parker, cosa ti ha spinto a fondare questa grande band?

Ho sempre desiderato una vera e propria band, un gruppo di persone che ne formassero il cuore. E’ stato difficile però trovare gli elementi giusti per tenere il gruppo unito. Così ho deciso di registrare “Man Of Sin” da solo, dopodiché ho messo assieme la band.

Dal disco “Varnaline” la band si è estesa dapprima a tre elementi ed in seguito si è avvalsa di numerose importanti collaborazioni. Ora sei tornato (con l’album “Tell It To The Dust” e con l’ep “The Wounded Astronaut”) a pubblicare con il tuo nome. C’è una ragione particolare (per esempio incomprensioni o mancanza di stimoli), oppure è voglia di far conoscere alla gente il talento di Anders Parker singer/songwriter?

I Varnaline eravamo io, Jud Ehrbar (batteria) e John Parker (basso). Dopo la loro decisione di smettere coi tour, ho avvertito il bisogno di un cambiamento ed è così che ho deciso di lavorare con il mio nome.

Mi hanno affascinato “Man Of Sin” e “Varnaline” per le toccanti parole e per le melodie di stile “post-punk”, ulteriormente sottolineate dal tuo particolare timbro vocale e mi ha letteralmente conquistato lo splendito ep “A Shot And A Beer”, disco nel quale raggiungi a mio avviso un importante livello sia per ciò che riguarda la musica (essenziale e perfetta), sia per i testi davvero profondi. E’ un lavoro che da la sensazione di una persona che ha attraversato un periodo particolare della propria vita. Cosa mi puoi dire in proposito?

Ero in un periodo di transizione personale. Abitavo in una piccola casa di legno ed ho scritto e registrato l’ep da solo. Ogni giorno mi alzavo e scrivevo o magari registravo un pezzo. Alcune di quelle canzoni per finire sono state pubblicate su “Sweet Life”, ma le altre hanno creato “A Shot And A Beer”. Mi sento come se avessi catturato un momento della mia vita; ogni volta che ascolto uno di quei brani mi riporta indietro a quel periodo!

Il tuo ultimo lavoro “Tell It To The Dust” è semplicemente grandioso, di un intimismo e di una sensibilità che pochi riescono ad infondere, non solo al disco stesso ma soprattutto all’ascoltatore (la title track, Innocents e Don’t Worry Honey, Everything’s Gonna Be Alright per citarne alcune). Ti sovviene un aneddoto che in qualche modo è stato indicativo del clima durante la lavorazione del disco?

Grazie! Il batterista (Jud) ed io abbiamo restrato 22 canzoni in quattro giorni. Le abbiamo registrate “live” e poi ho viaggiato per gli States chiamando dei miei amici per gli overdubs. Per questo motivo la registrazione completa si è protratta per diversi mesi. Lavorando con loro c’era generalmente un’atmosfera festosa. Ero eccitato ad avere tutti questi grandi musicisti che suonavano per questo disco!

L’amicizia e le collaborazioni con il “collettivo” South San Gabriel/Centro-Matic (molto bello “Love You Just The Same di quest’ultimi) ha in qualche modo influito sulla tua “nuova” maniera di scrivere (ora forse più improntata verso l’indie-folk rispetto agli esordi)?

Non proprio, ma è difficile da dire. Tutto influenza la mia scrittura. Ad ogni modo mi piacciono quei ragazzi, sono delle brave persone!

L’ep del 2005 “The Wounded Astronaut” è molto accattivante (in particolar modo la title track nel mio lettore gira in repeat molto spesso…), avrà un seguito nel 2006 con un nuovo album? Collaborazioni in vista?

Si, mi sto preparando a registrare un nuovo disco il mese prossimo (aprile 2006 ndr.). Uscirà in autunno.

Quando avremo il piacere e la fortuna di ascoltarti in concerto in Svizzera?

Mi piacerebbe venire di nuovo in Svizzera. Ci sono stato molto tempo fa! Tra l’altro stavo correndo giù da una collina in campagna e sono caduto tagliandomi la faccia… ho ancora una piccola cicatrice…

Ancora grazie mille Anders!

Di nulla, abbi cura di te!

di: Ivo Aostalli

Radio Gwendalyn

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