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C'era una volta un tempo in cui la musica country non era a privilegio esclusivo di musicisti repubblicani. C’era un tempo in cui la musica country non era scritta per compiacere spettatori isolazionisti, conservatori e nostalgici che nascondevano con orgoglio la bandiera sudista sotto il letto.

Country Music

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C'era una volta un tempo in cui la musica country non era a privilegio esclusivo di musicisti repubblicani. C’era un tempo in cui la musica country non era scritta per compiacere spettatori isolazionisti, conservatori e nostalgici che nascondevano con orgoglio la bandiera sudista sotto il letto. C'era un tempo in cui country era sinonimo di terra ed in cui, per davvero, si potevano trovare gli elementi per definirlo il blues dei bianchi.

Il country è l'emblema stesso degli Stati Uniti; al pari della statua della libertà, della Monument Valley o della casa bianca. Così forte e radicato da sopravvivere per secoli all'evoluzione della società civile. Lo dimostra Bruce Springsteen quando, con un disco che ripropone brani vecchi anche 400 anni, riesce ad entrare nella top-ten dell'annus domini 2006.



Dicevo, ed adesso non divago più, che una volta la musica country era la musica della terra. Una musica che forse in Europa definiremmo "di sinistra" utilizzando, in ogni caso, un eufemismo visto che per decenni brani come The Ballad of Casey Jones, John Henry, Barney Graham o Joe Hill (a sua volta songwriter), hanno rappresentato veri e propri inni del movimento sindacale statunitense. La musica country ed il folk tributavano i leader della IWW (Industrial Workers Of The World) o della UMWA (United Mine Workers Of America) con decine e decine di canzoni di protesta che a volte si trasformavano in monumentali celebrazioni alle vittime e ai martiri della lotta operaia oppure a chi, nella tradizione e nell'immaginario popolare, in tutti i modi avevano combattuto il sistema economico ed industriale (ed esempi eccellenti sono Jesse James, Tom Joad o Pretty Boy Floyd) anche attraverso rapine, rapimenti e sparatorie.



Tra la fine degli anni trenta e l'inizio degli anni quaranta il contrasto sociale statunitense giunge al culmine. La crisi economica colpisce tutto il paese ma, in particolare, le zone agricole del sud impoverite da uno sfruttamento eccessivo del territorio. Negli anni immediatamente precedenti la seconda guerra mondiale su questa regione s'infrangono infatti le "dust storm" (tempeste di sabbia) che distruggono i raccolti, creano morte, malattie polmonari e carestia spingendo molti abitanti a cercare rifugio in California. Emigranti conosciuti con il nome di "Hobos" e che nel loro errare verso ovest incontrano le cariche della guardia nazionale e vengono accolti a sassate dalla popolazione residente. Sono poi anni di scioperi, di malcontento, di diffidenza nei confronti dello stato, della tecnologia (le cui macchine tolgono impieghi agli uomini) e dell'economia. È in quest'epoca ed in questo contesto che vengono alla luce i principali cantautori del country più protestatorio. Ci sono personaggi ormai mitici come Jack Guthrie (cugino di Woody), Pete Seeger, Cisco Houston o, in parte, la Carter Family ma, anche e soprattutto, musicisti meno conosciuti e rimasti nell’oblio come Florence Reece (autrice di Wich Side Are You Now?), Joe Glazer (autore di decine di dischi “wobblies”), Aunt Molly Jackson (la “madre” di canzoni di protesta come The Death Of Harry Simms oppure Hungry Ragged Blues).

Il movimento musicale crea a sua volta i suoi martiri e piange i suoi cantanti morti. C’è il già citato Joe Hill o, ancora più tragicamente, il fantasma di Ella Mae Wiggins; uccisa da dei teppisti nel 1929 durante il processo indetto dalla corte della Carolina del Sud a seguito degli scioperi di Loray Mill (Gastonia).

Neanche il maccartismo (che colpisce duramente il buon Pete Seeger con una condanna ad un anno di prigione – mai scontata – per "attività anti-americane") riesce a smussare gli animi di questi musicisti ed anzi sembra rafforzare la loro influenza nei confronti della nuova generazione.

Non è un caso se Woody Guthrie (un tizio che sulla chitarra portava la scritta "This Machine Kills Fascists”) viene letteralmente idolatrato ed assalito da tutta una schiera di “nuovi folksinger” che andranno a rimpolpare le file della scena musicale degli anni sessanta. All’inizio degli anni sessanta è proprio Woody Guthrie (costretto nel letto di un ospedale dalla Corea di Huntington) ad ispirare musicisti come Phil Ochs, Kris Kristofferson, Joan Baez, Johnny Cash, Bob Dylan e tutta la schiera del “folk revival” che va da John Sebastian a Eric Andersen passando per John Prine, Country Joe McDonalds, Tim Hardin, Jackson Browne, David Blue e tanti, tantissimi altri.



A partire dalla guerra di Corea e, successivamente, a partire dalla seconda metà degli anni sessanta qualcosa si sgretola. Anzitutto i confini tra counry e folk iniziano a delinearsi con chiarezza. Il country si “centralizza” sempre maggiormente a Nashville attingendo con maggior vigore al “western” e lanciando sul mercato dischi e artisti destinati ad un pubblico che non ne vuole sapere di lotte sociali, di viaggi in auto alla Kerouac o delle eccentricità o degli eccessi che caratterizzano il fenomeno degli hippie. Gli Hippie, a loro volta, rinnegano il country considerandolo “musica dell’establishment” accettando tra le proprie file invece gli artisti “folk” (a Woodstock, non a caso, la prima linea era riservata a Joan Baez e ad Arlo Guthrie). Contrariamente a quanto succede in Europa, dove il marxismo infetta profondamente gli ideali sessantottini, in America la “summer of love” ha connotati libertari ma certamente non socialisti e questo crea un’ulteriore incompatibilità tra tre mondi (folk, country e musica rock) che per decenni viaggeranno su binari stagni guardandosi reciprocamente con sospetto.



Il country, all’improvviso, si ritrova ad essere la musica dei cowboys, dei nostalgici e dei repubblicani tanto che Frank Zappa, chiamato a testimoniare dalla commissione del congresso americano sull’affare “PMRC” riguardante le possibilità di censurare canzoni rock ritenute “diseducative”, si scaglia contro la musica country (non toccata dalla normativa) ed afferma che –“il country è una musica fatta da persone fiere di essere state in prigione ed una legge del genere tutelerebbe maggiormente i cowboy che i bambini”-. Non si può dargli torto. Il country, in quel tempo, era veramente il baluardo reazionario della musica statunitense e le cose non sembrano essere cambiate ai giorni nostri.



Se andiamo a rovistare tra i musicisti country più in voga oggi negli Stati Uniti troviamo personaggi come Charlie Daniels, John Michel Montgomery o Clint Black (premiato tra l’altro con una bella stellina nella Hollywood Walk of Fame) che a riguardo della guerra in Iraq afferma –“Il terrorismo non è cosa da uomo contro uomo; loro non sono che vigliacchi e se non ci vogliono mostrare le loro armi dobbiamo essere noi a mostrar loro le nostre”- o come Toby Keith che nelle sue canzoni ringrazia più e più volte i marines per la “pace” e la “prosperità” che regalano agli Stati Uniti. In “Have You ForgottenDarryl Worley chiede a tutti coloro che sono contrari alla guerra se “>si sono dimenticati di come si sentivano quel giorno, vedendo i compatrioti sotto il fuoco nemico, volare giù dai grattacieli, dalle due torri brucianti, con i nostri vicini di casa che ci stavano ancora dentro come in un inferno. E poi dicono che non dovremmo preoccuparci di Bin Laden”-.



La più grande, in ogni caso, è Chely Wright. In uno splendido “capolavoro” come Bumper Of My Suv se la prende con un’inerme signora…: -“<7>Ho un autoadesivo, sul retro del mio SUV, che dice “Marines degli Stati Uniti”. Ieri una signora in una piccola macchina mi ha indicato il dito medio ma come può giudicarmi solo per una scritta? Io che ho girato il mondo e non sono per la guerra… La nostra libertà, il fatto di far domande o avere risposte, la dobbiamo a qualcuno e questo è il motivo per cui ho un adesivo dei marines”-. Forse, cara Chely, la signora t’insultava perché la tua auto consuma 18 litri al centro ma forse mi sbaglio…



In ogni caso ce ne sono tante altre di ragazzine di questo calibro (citerò unicamente stellette del country come Deana Carter, Shannon McNally o la “divina” Martina McBride). Magari non parlano della guerra però… queste sono tanto repubblicane e radicali da spaventare persino Donald Rumsfield. Eppure… eppure qualcosa si muove!
Già perché molta gente non è rimasta a guardare la propria musica trasformarsi in un bollettino elettorale della destra e piano piano ha impugnato le chitarre urlando al mondo le proprie verità. Ci hanno provato le Dixie Chicks (dicendo che Bush è un idiota) e sono state prese a sberloni da buona parte della comunità country. In ogni caso, proprio in questi giorni, negli Stati Uniti è in corso una polemica che riguarda le “country radio” ree, secondo molti, di trasmettere unicamente canzoni a favore della guerra tralasciando invece le numerose voci critiche al riguardo.



Il country oggi è fatto anche e soprattutto di persone come Willie Nelson, Steve Earle, Wilco, Bruce Springsteen, Bonnie Prince Billy, Jason Molina, Rosanne Cash, dai Creekdippers, da Merle Haggard, da Billy Bragg o Nanci Griffith, Lucinda Williams, Emmylou Harris, chi ne ha più ne metta. Tutta gente, questa, che si è schierata contro l’amministrazione Bush.
L’egemonia sembra spezzata. Qualcosa è cambiato.

Chissà che, finalmente, il country possa tornare ad essere quello di una volta...

di: John Robbiani

Radio Gwendalyn

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