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Divagazioni

Indie Italiano

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Quante vittime illustri negli ultimi anni per la musica italiana indipendente (in senso lato)! Ecco, già che ci sono, dirò che impropriamente uso a volte il termine indipendente, o indie, anche riferendomi ad artisti o gruppi che escono per major, ma che per caratteristiche rientrano in un certo ambito di musica “alternativa”, termine che cerco di evitare il più possibile.

Dicevo, quante vittime: i 99 Posse di Zulù e Meg hanno gettato la spugna dopo dieci anni. Probabilmente la cosa era nell’aria, la pubblicazione di un best of puzzava un po’, non sembrava dal mio punto di vista rientrare nello spirito originario del gruppo (che probabilmente già non esisteva più) e magari è stata sollecitata dalla Bmg. C’è da dire a “difesa” dei Posse che l’antologia non è comunque una sterile compilazione di successi, ci sono versioni dal vivo, remixate (dove il gruppo applica quanto imparato nel corso degli anni in materia di elettronica, drum’n’bass ecc.) e un paio di inediti.

Ho sempre ritenuto Meg un elemento destabilizzante per i 99 Posse. Del suo arrivo il trio si era giovato in Cerco Tiempo, senza dubbio, allargando il campo delle proprie possibilità dal punto di vista vocale. Già in Corto circuito si avvertiva che qualcosa stava cambiando. Troppo successo? Col senno di poi, sembrerebbe di sì, anche se da un punto di vista formale, e sostanziale, il gruppo di Napoli è rimasto sempre lo stesso: prezzo politico per dischi e concerti, dichiarazioni barricadere (comunque stemperate un po’ rispetto agli esplosivi esordi), iniziative sociali e umanitarie. Forse una sorta di “innocenza” si è perduta definitivamente dopo la rottura del sodalizio coi Bisca, chi lo sa. A giochi fatti, dopo la rottura, lo Zulù e JRM sono impegnati con progetti di contaminazione musicale su generi di cui i 99 Posse erano innamorati da sempre, come dimostravano i continui flirt con reggae, dub, drun’n’bass, hip-hop. Di ognuno di questi generi i Posse si nutrivano, senza identificarsi completamente in uno di essi. Meg, invece, sembra che stia provando a riciclarsi come una Bjork nostrana, proponendo un rinnovamento sia a livello di immagine che di stile. Penso che la strada sia senza uscita. Non solo il modello originale è pressoché inarrivabile, ma credo che Meg, pur avendo proposto coi 99 Posse soluzioni interessanti a livello vocale (e comunque sempre nell’ottica della produzione del gruppo), non sia adatta a rivestire un ruolo del genere. L’unica alternativa credibile mi pare Elisa, con la sua incredibile vocalità, ma dal punto di vista musicale e compositivo, dopo gli eclettici esordi, la cantante friulana mi sembra sempre più orientata verso una canzone d’autore raffinata quanto si vuole, ma che lascia poco spazio agli sperimentalismi, per quanto una voce come la sua si faccia sempre apprezzare.

Mi sono un po’ dilungato sui 99 Posse, ma ne valeva la pena, perché sono stati una realtà importante del panorama musicale italiano, se ne sono andati un po’ in silenzio e sono convinto che comunque sia una perdita importante. Ho idea che da solisti non renderanno come hanno fatto insieme.

Altra perdita enorme, e soprattutto inaspettata, è stata quella rappresentata dalla separazione tra John De Leo e i Quintorigo. Il quintetto di Rospo è senza dubbio quanto di più innovativo abbia prodotto il rock italiano negli ultimi anni ed è una grande incognita quello che i quattro superstiti (in pratica, tutta la sezione strumentale) riusciranno a fare con la nuova voce femminile. Infatti, il grande John, del cui ego comunque si sono sempre decantate le notevoli dimensioni, è stato secondo me finora il più valido e convincente erede di Demetrio Stratos. Bestemmia in chiesa! Sì, è così. E se Stratos resta inarrivabile a livello di sperimentazione (d’altra parte lui la voce la studiava, la cantava, la suonava), chissà che De Leo, anche da solo, non superi il maestro almeno quanto a capacità interpretativa (grandiosa la sua teatralità), riuscendo a coniugare tutto il suo talento con una musica accessibile e di qualità, come già in parte ha fatto coi Quintorigo.
I lavori di Stratos con i Ribelli e gli Area sono storia, pietre miliari e numi tutelari della musica italiana. I suoi dischi solisti sono invece patrimonio di pochi e la cosa non sorprende, perché sono ostici e difficilmente digeribili, per quanto documento importantissimo, imprescindibile della sua grandezza sul versante della sperimentazione vocale. Ma ci stiamo allontanando, dunque torniamo in carreggiata.

Sono passati ormai diversi anni dallo scioglimento degli Scisma. Quando si dice che il nome è un destino. E anche quello è un vero peccato, perché il gruppo di Paolo Benvegnù era davvero notevole, dischi molto belli e idee interessanti. Pare che dietro ci siano questioni d’amore irrisolte e irrisolvibili che hanno compromesso tutto. Soprattutto l’animo di Benvegnù, che comunque è tornato da solista e prosegue un percorso artistico interessante.

Anche Morgan (ed Andy), per dedicarsi agli interessi personali, sembrano aver messo definitivamente nel congelatore i Bluvertigo, anche se in questo caso la faccenda non è troppo chiara e non si capisce se il gruppo sia sciolto o meno, per quel che può cambiare. Sta di fatto che non incidono più dischi sotto quella sigla.
Alcuni gruppi, per fortuna, resistono. E sembrano in forma smagliante. Parlo ad esempio di Subsonica e Verdena. I Grandi Padri dell’indie italiano come Marlene Kuntz e Afterhours vanno avanti. I Grandi Nonni Ferretti, Maroccolo e Canali, anche. Nuove realtà da tenere d’occhio con attenzione crescono e si rivolgono sempre più all’estero. Qualche nome: Jennifer Jentle, Franklin Delano, Giardini di Mirò.

di: Dottor Divago

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