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Viaggio nei meandri oscuri del garage macchiato di psichedelia

Nuggets: le pepite perdute degli anni ’60

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Correva l’anno 1972; il mondo musicale si stava avviando ad una lenta ma inesorabile fase di mummificazione, una stagnazione che avrebbe portato, di lì a poco, ad una rivoluzione musicale e culturale che prenderà il nome di punk. I motivi per porsi dei seri interrogativi c’erano tutti; il prog rock, capitanato da bands come Genesis, King Crimson e Yes, stava prendendo piede, con la sua carica di complessità, fermamente deciso a spazzar via l’idea di singolo da due minuti e mezzo.

I Rolling Stones, dopo aver inciso il loro capolavoro assoluto Exile on Main Street, sapevano, senza certamente volerlo ammettere, che non avrebbero mai potuto fare di meglio, e la riprova storica la conosciamo tutti; i Beatles appartenevano ormai al passato e la cruda realtà era che i quattro baronetti di Liverpool, singolarmente, non sarebbero mai stati neanche lontanamente in grado di raggiungere le vette creative del tempo che fu. In Inghilterra ci si poteva rallegrare del rapidissimo decollo dei Led Zeppelin, proiettati in tutto il mondo al vertice del successo, e delle ottime prove degli Who, che, dopo Tommy, erano tornati a scrivere canzoni in un album fondamentale come fu Who’s Next, ma le defezioni di Animals, con un Eric Burdon intento a cercare fortuna oltre oceano con i multietnici War, Ten Years After, rocambolesco esempio di come un’ottima psichedelic blues band potesse trasformarsi nello show personale di quell’Alvin Lee che, a ragione, fu proclamato “chitarrista più veloce della terra” (ma, suvvia, Alvin, i venti minuti ,da sega mentale, di assoli in I’m going home ce li potevi risparmiare!) e delle varie creature di un sempre più spento e tossico Eric Clapton, dai seminali Yardbirds passando per gli ottimi Cream ed i più altalenanti Blind Faith, si facevano sentire.

Negli Stati Uniti le cose non andavano certamente meglio; Jimi Hendrix, Doors e Janis Joplin erano già storia, coi tre attori principali dei gruppi morti e sepolti, e la Summer of Love aveva lasciato spazio ad una desolante realtà: la guerra in Vietnam era continuata, nonostante le battaglie dei figli dei fiori, l’Lsd, agente di liberazione mentale nel decennio appena conclusosi, aveva seminato gente come Charles Manson, psicopatico guru di una setta di degenerati e autore di agghiaccianti delitti, mentre la fiorente scena della West Coast stava appassendo nei fumi dei suoi stessi eccessi.

In questo quadro tutt’altro che fiabesco si muoveva Lenny Kaye, futuro chitarrista e colonna portante della Patti Smith Group; resosi conto di quanto si stava muovendo nell’industria, Kaye decise che era ora di far riscoprire ai giovani e agli appassionati della musica più immediata e, soprattutto, pregna di quell’innocenza musicale che era propria degli anni ’60. Si mise così all’opera, andando a ripescare, qua e là, piccole perle, canzoni sepolte dalla polvere della memoria, gruppi che erano riusciti a pubblicare un singolo prima di scomparire nel nulla da cui erano arrivati. Era la primavera del 1972 quando Kaye, aiutato dal fondatore e presidente dell’Elektra Records Jac Holzman, compose la prima compilation di quei brani scovati nel passato, e le diede un nome assolutamente esemplificativo: Nuggets: (ovvero pepite) Original Artyfacts From The First Psychedelic Era, 1965-1968.

Mai titolo fu tanto azzeccato: era davvero oro quel che luccicava nelle note selvagge, distorte, sporcate di fuzz guitar e organetti farfisa, di quelle canzonette che quasi mai toccavano la fatidica soglia dei tre minuti. Trenta pepite colorate si susseguivano sulla scura superficie di quel doppio vinile, trenta ricordi impressi nella memoria collettiva tra il 1965 ed il 1968 ma che, in parte, erano già andati dimenticati. Dai 13th Floor Elevators, con quella You’re gonna miss Me che dovrebbe entrare di diritto negli annali delle 10 miglior canzoni rock di tutti i tempi, agli Standells di Dirty Water, con un giro di chitarra memorabile; dalle note psichedeliche intrise di acido lisergico di I had too much to dream degli Electric Prunes a Liar Liar dei Castaways, talmente futuristica da sembrare, ai tempi, un’eresia. Altri nomi come i Count Five, autori del proto punk di Psychotic Reaction, Chocolate Watchband e Seeds dovrebbero (e in parte sono) essere impressi nella mente di qualsiasi amante della musica rock; il sound espresso da questi gruppi anticipava di gran lunga il terremoto punk citato in apertura, con un’attitudine ed una violenza d’esecuzione pari alle prime prove di icone come Sex Pistols, Ramones o Damned. L’opera composta da Lenny Kaye ebbe una certa risonanza soprattutto negli ambienti più underground, dacchè le parti alte delle classifiche erano occupate, oltre che dai sopraccitati Led Zeppelin (soprattutto negli Stati Uniti), da musica francamente innocua e, a tratti, fastidiosa come quella di Elton John, Bee Gees e lo scoppiato Elvis di fine carriera.

Facciamo ora un salto avanti nell’universo spazio-temporale per portarci nel 1998: fu in quell’anno che la Rhino, casa discografica impegnata, soprattutto, nel recupero di classici, e meno classici, del passato, decise di riprendere il discorso fatto oltre vent’anni prima riproponendo il doppio album assemblato da Kaye aggiungendovi un’infinità di canzoni scelte col medesimo suo criterio, ovvero ripescandole da cantine ammuffite per dar loro la meritata visibilità. Fu così che nacque il Box omonimo, composto da quattro cd contenenti , oltre ai 30 originali della prima operazione, una miriade di meteore degli anni ’60; un po’ di nomi? The Sonics, The Hombres, The Rationals, The Lollipop Shoppe, Sir Douglas Quintet, Sam the Sham & The Pharaohs, The Kingsmen, The Underdogs e chi più ne ha, più ne metta.

Questo quadruplo box rappresenta una vera miniera d’oro, tanto per rifarci al titolo del tutto, inanellando brani sconosciuti marchiati a fuoco dall’epoca (magica) in cui sono stati composti, con alcune valide e famose eccezioni quali Wooly Bully, I want Candy e Louie Louie; l’operazione dev’essersi rivelata positiva, poiché la Rhino, tre anni dopo, pubblicò un seguito, l’altrettanto valido, variegato e misterioso Nuggets II: Original Artyfacts From The British Empire & Beyond, in cui raccoglieva canzoni, se possibile ancora più underground, di bands garage-psichedeliche-r&b da tutto il mondo. Ottime le prove dei comunque celebri Creation, The Action, The Sorrows, Los Bravos, Golden Earrings, The Easybeats e dei mille altri interpreti qui presenti. Per completare la trilogia, nell’autunno del 2005, è stato pubblicato il box, sempre quadruplo, Children Of Nuggets: Original Artyfacts From The Second Psychedelic Era 1976-1995, testimone di quelle bands nate sulle orme di quelle presenti nell’edizione originale, portando avanti, fino al presente, un discorso incentrato su suoni ruvidi e divagazioni psichedeliche. Lyres, The Barracudas, The Rain Parade, The Posies, The Dream Syndicate, The La’s ed i primissimi Primal Scream la fanno da padrone, su una compilation ancora una volta azzeccatissima.

A questo punto sta solo a voi decidere se immergervi nel flusso musicale di quel fondamentale decennio e dei suoi più o meno legittimi figli; avendolo provato sulla mia pelle posso solo garantire che il tuffo nel passato rappresenta una delle esperienze musicali più intense che io abbia mai provato. Un mondo di colori tinti dal ruggito fremente del vinile, o, come affermavano i Creation, “our music is red with purple flashes”. Più chiaro di così…

di: Pox Walser

Radio Gwendalyn

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